Tutto d’un tratto ci sembra di essere tornati indietro nel tempo. Purtroppo non nei periodi felici, spensierati dove l’unica preoccupazione era l’ondata di moda da cavalcare. Ci sembra esser tornati in periodi bui, difficoltosi, dove la gente scappa, ha paura e non vuole rispettare ciò che viene decretato come legge ma pensa che facendo ciò che ritenga sia giusto, sia più opportuno, per la propria salute. Ma la differenza è che ci troviamo nel 2020, in un paese, come l’Italia, che in una situazione del genere ha dimostrato di possedere e saper rispondere con una carta valorosa e meravigliosa: la sanità, medici e infermieri che danno la vita, regalano le loro intere giornate per la salute del popolo. E non è affatto un dovere, poiché nessuno sarebbe disposto a dedicare fatica, amore e vita in 18 h e più di lavoro per gli altri. Proprio per questo, vorremmo esaltare queste figure in un periodo come quello che stiamo affrontando. Dunque, abbiamo cercato qualcuno, come Rocco Blasi, infermiere lucano, in servizio in Lombardia per farci catapultare per un attimo nella vita di un “angelo vestito di bianco”, seppur lui non sta affrontando in prima persona casi di Coronavirus.

Ecco qui l’intervista!

Noi infermieri non possiamo. Tu si ,resta a casa!

Innanzitutto ciao Rocco. La prima domanda che vorrei farti è proprio mirata a questo Covid-19. Come sappiamo in Italia il virus è arrivato in un secondo momento. Quando ci fu il primo caso quali istruzioni comportamentali vi hanno dato in ospedale?

Ciao. Si, il virus è arrivato nella nostra nazione in un secondo momento, più specificatamente a Codogno, nella regione lombarda, si può dire a Milano, dove io lavoro. Proprio lì dunque ha avuto inizio il tutto, sul fronte italiano. Di istruzioni straordinarie all’inizio non ce ne sono state, se non le norme igieniche abituali che devono essere sempre adottate nel campo sanitario da parte di noi professionisti. Ma tra colleghi ci si raccomandava già di fare attenzione ed evitare contatti con soggetti che potevano essere sospetti, sia in ambito ospedaliero ma anche all’esterno durante la vita privata di ognuno. Man mano che si è evoluta la situazione, ovviamente ci sono state altre istruzioni più particolari, come l’utilizzo di mascherine per i professionisti all’interno della struttura. Questo, penso perchè, prima si pensava che la situazione potesse essere controllata. Nessuno, se non medici specializzati o chi lo studiava con attenzione, immaginava che potesse avere una diffusione così rapida.

Ma dal punto di vista di un infermiere, come spiegheresti questo virus in poche parole?

In poche parole, diciamo che è veramente una grande impresa. In particolare possiamo dire che ancora oggi il virus ancora non è del tutto conosciuto ed è ancora in via di studio e la paura principale è proprio quella che si da all’ignoto, difatti a quello che non conosciamo attribuiamo sempre una gran paura. Oltretutto, essendo in gran parte sconosciuto non si sa se vi è o se si avrà mai un vaccino e questa caratteristica induce a tutti noi ancor più timore.
Dunque per descriverlo in poche parole userei proprio due termini, tra loro correlati, ovvero: ignoto e pericoloso. Questo perchè non si deve abbassare la guardia pensando colpisca solo anziani e chi affetto da patologie, poiché può colpire tutti allo stesso modo e nessuno di noi ne è immune.

“…un infermiere non è mai stanco con l’anima” cit R.B

Ti andrebbe di raccontare qualche piccolo aneddoto successo in corsia in questi ultimi giorni o semplicemente ciò che ti ha più colpito in questo periodo osservandolo direttamente?

Episodi particolari in correlazione al covid-19 non ce ne sono stati, fortunatamente. Ma semplicemente perchè, noi occupandoci di una specialità particolare che è quella ortopedica, il paziente che viene, per quanto ci rimbombi in testa a tutti questo coronavirus da giorni e giorni, deve essere tranquillizzato per ciò che deve subire in quel momento. E’ scontato che se ne parli in continuazione, anche tra colleghi, se qualcuno fa uno starnuto o un colpo di tosse, ci scappa anche una battutina, come alla fine succede in qualsiasi campo. Ma di aneddoti particolari non me ne vengono in mente, proprio per il motivo della specialità di cui ci occupiamo.

Adesso parliamo un po di te! Come tutti i tuoi colleghi, medici e infermieri, siete l’orgoglio e gli angeli che sanno proteggerci in qualsiasi momento, ma soprattutto in questo che riguarda tutti in egual modo. Cosa ti ha spinto personalmente ha voler indossare la divisa bianca? Hai mai pensato di mollare tutto e cambiare lavoro?

Innanzitutto vorrei mettere in chiaro un concetto a cui tengo particolarmente sottolineare in questo momento. Noi, come clinica privata, non siamo impegnati direttamente in questa emergenza qui, lo dico perchè molti ci dicono “siete degli eroi” “angeli”. A me personalmente fa molto piacere poiché, magari, è veramente cosi in tutte le circostanze della vita, ma in questo momento no, dunque non volevo prendermi meriti che in realtà in questo ambito non sono miei.
Detto questo, sicuramente dire che il nostro lavoro si differenzi dagli altri, come per esempio da un impiegato o quant’altro, i quali possono avvalersi della scelta di non andare a lavoro e rimanere a casa , noi, seppur occupandoci di altri campi, siamo sempre in prima linea ad assicurare il paziente ,in primis, per ciò che deve affrontare ma anche per ciò che sta accadendo all’esterno, in questo caso, come il coronavirus. Importantissimo per il nostro lavoro è sicuramente il nostro sorriso; se sorrido ad un paziente gli ho dato più di metà medicina di cui ha bisogno.
Al di la di ciò, io non ho mai pensato di cambiare lavoro sino ad ora, nonostante siamo sottopagati a livello nazionale, abbiamo tante responsabilità e tutte le altre cose purtroppo negative che si dicono.Questo perchè lo faccio con passione e aiutare il prossimo, regalargli un sorriso e tranquillizzarlo, ma anche poter essere come un’ancora di salvezza per la persona che ho davanti è una cosa che mi ha sempre appassionato profondamente e ogni giorno, quando riesco a dare qualcosa a questa persona torno a casa appagato e più felice. Oltretutto adesso ho anche il piacere di lavorare nel campo sempre da me sognato: la sala operatoria! Dunque ad oggi non ho proprio in mente di togliere il camice.

Hai detto che lavori in sala operatoria. Sei stato in altri reparti? Se si, qual è per eccellenza il tuo preferito?

Si, sono stato in altri reparti, tre anni fa già avevo svolto 6 esperienze in strutture diverse dunque tante per la mia età, ma non di lunghissima durata. Ho lavorato in RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) con gli anziani, i quali adoro, mi hanno regalato tanto a livello umano. Poi in un centro prelievi dove lavoravo molto più come quasi in un ufficio, molto interessante anche questo. In un altra struttura, come una sorta di figura jolly, un po in tutti i reparti, per colmare i posti all’occorrenza. Qui ho avuto un assaggio misto di tutti i reparti ma il mio preferito rimane sempre e comunque la sala operatoria.
Successivamente vi è stata una delle mie esperienze che ho più a cuore, ovvero in una clinica, dove precedentemente vi ero stato ricoverato per un incidente grave da cui fortunatamente, alla fine, sono riuscito ad uscire salvo! E andò proprio come una favola con un lieto fino, poiché, dopo la dimissione venni chiamato dalla caposala della stessa clinica che, oltre a chiedermi il mio stato di salute, mi chiese se volevo unirmi a loro a livello operativo nel periodo estivo. Ovviamente accettai con tutto il cuore anzi, mi sentì addirittura onorato di lavorare dove e con chi mi aveva dato la possibilità di riprendermi, tornare a ridere, a parlare e soprattutto a ridere! Ho lavorato quindi a contatto con pazienti in stato comatoso, dunque totalmente dipendenti. E’ stata un’esperienza molto intensiva! Poi appunto sono riuscito a entrare nel mio campo preferito per eccellenza: la sala operatoria. Questa, è sempre stata uno dei miei obbiettivi principali già da quando studiavo. Mi affascinava di come veniva descritta dai colleghi “quando entri in una sala operatoria perdi la cognizione del tempo, non riconosci più quando è giorno o notte”.

Ultima domanda, poi ti lascio libero. Secondo il tuo parere, quanto è importante e indispensabile in un momento come questo, l’incremento delle terapie intensive negli ospedali italiani?

Ritengo sia fondamentale disporre di strutture da poter trasformare in terapie intensive, non solo per salvare quante più vite possibili, ma soprattutto per evitare traumi psicologici a tutto il personale sanitario che in casi come questi potrebbe esser messo in condizione di scegliere quali vite salvare, scelta che nessun essere umano dovrebbe mai essere messo in condizione di fare. Auguri a tutti!

P.s: Anche io, da studentessa di Infermieristica dell’Università la Sapienza di Roma, vi, anzi ci auguro la speranza e una ripresa veloce.

I nostri colleghi direttamente interessati continuano a dare la vita in questi giorni, per questo lavoro. Noi altri rimaniamo forti, perchè lo siamo quando dobbiamo esserlo, basta avere determinate attenzioni OGGI per vivere un DOMANI più presto possibile.

#andràtuttobene ❤

Aurora.

redazione
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